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JAZZ: LEGGERE E ASCOLTARE

Nel jazz è importante leggere, ma poi in fondo la storia è quella, ci sono vari metodi di affrontarne la narrazione: esistono autori che hanno fatto i quadretti autobiografici, altri che hanno sviluppato una lettura dei fatti attraverso un’indagine socio-antropologica; altri che muovono da alcune direttrici di marcia e poi a grappolo legano i vari fenomeni, concatenandoli gli uni agli altri; chi si sofferma sulle singole biografie; chi elenca discografie infinite; sono rari gli autori che sanno spiegare la vera essenza del jazz, ossia rendere il jazz qualcosa di comprensibile alla massa.

Il sociologo spesso sa poco di musica, ma analizza i fatti nel breve periodo e li lega ad avvenimenti connessi con l’evoluzione sociale. Lo storico racconta i fatti, indaga sui particolari e sulla sfera personale del musicista, il musicologo talvolta pecca di tecnicismo, diventando ostico per la maggio parte dei lettori, poiché la stragrande maggioranza di chi ascolta jazz non ha mai tenuto in mano uno strumento musicale, e non è interessato a sentir parlare di tonale, modale, scale maggiori e minori. Non è un’impresa facile scrivere di musica, ma soprattutto scrivere di jazz, che nella mentalità comune, particolarmente in Italia, è vista come una musica elitaria, difficile, molto creativa, ma poco ricreativa.

Non si tralasci mai il fatto, che molti cercano nella musica un trastullo per il dopo lavoro o per riempire una pausa post-prandiana. Sono una minima parte coloro che seguono il tutto con attenzione e scrupolo. Serve comunque a poco e niente, se dopo aver letto tanti libri o riempito una libreria non non si riesce a capire quale delle tre trombe, tra Lee Morgan, Blue Mitchell e Art Farmer somiglia di più a quella di Miles Davis e perché, solo per fare un esempio banale. Il jazz, fatta eccezione per chi lo suona, s’impara soprattutto, dedicando decine di ore all’ascolto dei dischi, ovviamente non si può fare in una settimana, forse non basta una vita. Anche perché quando pensi di aver capito tutto, scopri che riascoltando quel dato autore o quel certo disco non avevi capito alcuni passaggi e molti dettagli ti erano sfuggiti.

Questo è uno dei motivi per cui il jazz non ha età, soprattutto perché, magari oggi riascolti per sei volte di seguito un vecchio album di Bud Powell e ti rendi conto che un giovane pianista, acclamato da vari critici, non solo non sta inventando nulla, ma non ha neppure l’abilità e la classe di quel vecchio pigia tasti su cui oramai gravano trenta centimetri di polvere. Viviamo nell’epoca dei critici “analfamusici”, che a volte prendono fischi per fiaschi e lucciole per lanterne: astrusi fenomeni vengono accompagnati dalla parola jazz, incanalati in un genere che non gli appartiene, sia nella forma che nella sostanza, attraverso definizioni bizzarre, che a volte suscitano ilarità come new-electronic-jazz. In conclusione, accettiamo pure caramelle dagli sconosciuti, ma cerchiamo di allenare il nostro orecchio, attraverso l’ascolto, solo così potremo giungere a valutazioni e successive scelte in piena autonomia di giudizio.