// di Gianni Morelenbaum Gualberto //

Uno dei segnali dell’arretramento culturale delle ex-avanguardie europee è stato, fra i tanti, la perdita di contatto con il jazz quale arte di preponderanti origini africano-americane e inconfondibilmente americana. Nella volontà alquanto ipocrita di voler sfuggire a un temuto “colonialismo all’incontrario” (un effetto inevitabile del contrappasso), dettato dall’astio verso i vincitori della Seconda Guerra Mondiale che non dimostravano di voler tornare pacificamente e rispettosamente a cuccia, molti legami proficui e meditati venivano tagliati brutalmente (lasciando, allora sì, praterie alla conquista brada dei mercati europei senza più alcun filtro culturale).

La ricerca di una “via europea” al jazz, che negli anni Sessanta e Settanta aveva iniziato a dare notevoli e originali frutti attraverso un fitto dialogo e scambio fra le sponde dell’Atlantico, è stata stracciata per aderire, senza un adeguato processo di maturazione culturale e politica, ad una “libera improvvisazione” che, seppur costruita diversamente, risultava fonicamente simile, ma strutturalmente assai più debole, alle elaborazioni delle ormai vetuste e consunte avanguardie storiche (un passaggio che agli americani invece doveva servire a liberarsi una volta per tutte dallo sterile servaggio europeo per dare vita ad una propria, autoctona ricerca). Il che, d’altronde, evidenziò pure quanto presuntuosamente poco gli europei, critici e musicisti, avessero capito dei nuovi movimenti artistici americani, che erano veramente avanguardia, senza i lacci e i lacciuoli della verbosa autoreferenzialità europea, senza referenti che non fossero africano-americani e che non fossero legati alla situazione politica, sociale e storica americana.

La reazione tutta paternalistica dell’intellighenzia europea doveva creare una serie di situazioni temporanee, dai risultati alterni e del tutto incapaci di affrontare l’avvicinarsi della globalizzazione: l’improvvisazione francese, quella olandese, quella tedesca, quella nordica si sono rivelate effimere per quanto occasionalmente più che brillanti grazie a individualità più che a un movimento estetico omogeneo, lasciando soprattutto tracce di un desiderio di neo-colonialismo razzista che ha fatto breccia, ad esempio in Italia, in una generazione di critici e musicologi del tutto velleitarî, mentre lo sforzo più complesso ed economicamente motivato della conservazione si concentrava nei consolatorî prodotti alto-borghesi, kitsch, plastificati del mondo neo-Biedermeier della ECM e affini. Nel frattempo, il “jazz” ritornava a “casa”, negli Stati Uniti, dove riprendeva una vita di stenti e ciononostante fiorente anche in numerose aree eccentriche rispetto a New York. Si riappropriava perciò di una veste “nazionale” che è quanto oggi gli conferisce l’aura internazionale, riflesso del cosmopolitismo e policulturalismo polietnico americano.

Il mainstream è ritornato ad essere, pur senza grandi benefici economici, il ritratto musicale par excellence delle metropoli americane, uno dei tanti volti proficui del turismo culturale negli Stati Uniti. Il che, ovviamente, non esclude una vasta ricchezza di fenomeni e di interazioni di cui oggi beneficia soprattutto la nuova musica accademica. Il distacco dalle collaborazioni costanti e quotidiane, pianificate, con i musicisti europei che si davano negli anni Sessanta e Settanta, ha probabilmente causato danni da ambedue le parti, ma l’entità del danno subito dagli improvvisatori europei è incalcolabile. Quanto al mainstream statunitense, esso mantiene una coscienza acutissima della propria traduzione e dei modi per arricchirla quotidianamente, grazie anche e non solo ad una diffusa maestria strumentale ed idiomatica che non conosce rivali, perché in grado di accogliere pure l’enorme, preziosa ricchezza culturale rappresentata dai costanti flussi migratori in entrata.

Steve Davis Quintet featuring Abena Koomson-Davis: “Softly, As In A Morning Sunrise