// di Gianluca GIorgi //

Resavoir (2019)

Il collettivo di Chicago Resavoir pubblica il suo album di debutto attraverso la International Anthem Recording Company. L’album omonimo, inizialmente nato da esperimenti di registrazione casalinga, presenta una suite di strumentali jazz elegantemente orchestrati e magistralmente composti dal produttore/arrangiatore del gruppo, Will Miller. Applicando un approccio compositivo attribuibile alla sua esperienza nella produzione di ritmi hip-hop, quanto ai suoi studi appresi al conservatorio Oberlin, Miller ha costruito schizzi melodici su basi di campioni e loop prima di portare i pezzi al gruppo per lo sviluppo collettivo. Dopo aver integrato le registrazioni dell’intera band con i nastri prodotti in casa, Will ha sovrainciso altre numerose tracce di colleghi musicisti che hanno aderito al progetto (tra cui Brandee Younger, Sen Morimoto, Carter Lang, Knox Fortune e Macie Stewart) per arrivare poi alla finalizzazione degli arrangiamenti. Resavoir ricorda le lussureggianti orchestrazioni soul jazz psichedeliche di David Axelrod e Charles Stepney, ma con un’anima e una concettualità hip hop (Yesterday’s New Quintet, Broadcast o Thundercat), nonché un’affinità al minimalismo caro ai trombettisti e compositori Jon Hassel & Justine Walter. Sbalorditivo!

Vega Trails, Tremors In The Static Black (2022)

Due componenti delle band più importanti del roster di casa Gondwana, etichetta di punta del nu jazz britannico, si sono uniti per dar vita a questo progetto.
Vega Trails è un nuovo progetto in duo del contrabbassista e compositore Milo Fitzpatrick, membro fondatore del Portico Quartet, che si è anche esibito con artisti del calibro di Nick Mulvey e Jono McCleary e del sassofonista Jordan Smart (Mammal Hands, Sunda Arc) e prende il nome dal romanzo di fantascienza di Carl Sagan “Contact” (un libro che parla di segnali di nuova vita rilevati dal sistema Vega). Il risultato scaturito dalle menti creative di Milo Fitzpatrick e Jordan Smart colpisce per molteplici aspetti; via ogni contributo elettronico, via ogni nervovismo ritmico. In “Tremors In The Static” il duo sceglie un approccio spoglio e si presenta da solo, con i propri strumenti d’elezione. Essenziale ma non spartano e soprattutto melodico, melodie che immediatamente si annidano sotto pelle.

Momo ‘Wandel’ Soumah, Matchowe’ (1991 ristampa 2018)

Profonda musica di jazz guineano dal principale sassofonista dell’epoca d’oro della Guinea. Registrato nel 1991 e non disponibile su vinile fino ad ora, “Matchowé” è il suo primo disco da solista e una delle più importanti sessioni “Afro Jazz” registrate – il culmine del lavoro di una vita che approfondisce l’intersezione tra la tradizione jazz americana (Charlie Parker, John Coltrane) e i ritmi tradizionali della Guinea. Include una grande versione di “Afro Blue” di John Coltrane – Altamente raccomandato!!!! Ottima incisione. Credo già fuori catalogo.

Jaimie Branch, Fly Or Die Live (2lp 2021)
Formatasi artisticamente fra Chicago e New York, la trombettista Jaimie Branch è cresciuta fra indie, punk, rock e hip hop, diventando uno dei giovani talenti più intriganti del jazz ed è un peccato che sia scomparsa così prematuramente. Questo doppio album dal vivo cattura sul palco in “volo” il quartetto di Jaimie Branch; accanto alla trombettista ci sono: Lester St. Louis al violoncello, Jason Ajemian al contrabbasso e l’irresistibile Chad Taylor alla batteria. Il programma presenta materiale di entrambi i precedenti album “Fly or Die” 1 e 2. L’ottimo “Fly or Die II” viene spezzato in due corpose sezioni, fra le quali il quartetto inserisce alcuni brani presi dal valido capitolo precedente e 2 composizioni inedite. La Branch approccia la sua musica come una suite e questo è ancora più evidente nel live in questione composto da brani spesso ininterrotti. La trombettista si dimostra sempre più matura e padrona del suo strumento, con il quale produce un suono pieno e limpido, ma la chiave di volta nel percorso dell’artista è stata quella di aggiungere alle proprie composizioni i testi, declamandoli personalmente, rendendo in tal modo il proprio messaggio ancor più diretto ed efficace. Moderne “protest song” che mettono in mostra una prospettiva politica, bilanciando sperimentalismo e accessibilità andando oltre il “jazz”, con un approccio che potrebbe essere un po’ punk, ma che attinge anche molta energia dall’hiphop. Da segnalare, in particolare, “Prayer For Amerikkka Parts 1&2”, una delle più significative canzoni di protesta dell’era Trump. Un disco che è ancora più sorprendente dei suoi due precedenti lavori in studio e che sembra una profezia per tutto ciò che sarebbe presto venuto.