// di Bounty Miller //

Per i «ragazzi» di fine anni Settanta, inizio anni Ottanta, la musica degli Chic oggi appare come qualcosa di lontano, nel senso che nelle attuali discoteche il mood è completamente mutato, sono cambiati i gusti, gli atteggiamento, le stesse regole d’ingaggio e le apparecchiature usate dai DJs. Gli Chic rimandano immediatamente ai giradischi, alle mirror-ball e alle pulsanti luci psichedeliche, poca cosa rispetto all’effettistica usata oggi nei locali da ballo. Eppure i loro dischi conservano una qualità ed un’attualità sonora sorprendente.

Eleganza formale nell’immagine e nelle note: prima che l’idea di look diventasse una consuetudine tipica dei new dandies inglesi negli anni ’80, gli Chic erano riusciti a costruire un involucro estetico decisamente sinergico con l’apparato sonoro. La musica esprimeva uno stile in perfetto equilibrio con la loro outfit, ma si potrebbe dire anche il contrario. Mai prima di allora il nome e l’aspetto esteriore di un gruppo erano stati legati al tipo di musica prodotta, spesso la scelta della denominazione veniva dettata dalla fantasia, dall’originalità, dalla ricerca di un qualcosa che potesse colpire l’attenzione. Nel caso degli Chic il nome si adattava perfettamente non solo alla fisionomia e ai gusti dei componenti, ma anche alle sonorità che essi riuscivano distillare: Chic, nomen omen! La «disco» degli Chic, con una marcata matrice soul-jazz tendente al funk urbano, fu per molti aspetti inedita ed originale, caratteristica comune solo agli innovatori di rango.

Nell’evoluzione della dance music, infatti, è stata frequente l’assimilazione delle espressioni dei predecessori più fortunati, la riproposta o il campionamento degli slap di basso, dei riff di chitarra e dei grooves di percussioni trafugati con destrezza ai microsolchi precedenti. Non va tralasciato l’annoso malanno che da sempre affligge l’industria discografica, ossia il vezzo di inondare il mercato con nuove versioni di vecchi successi che indipendentemente dal genere originario, sia esso pop, rock o altro, vengono rivisitati in chiave «dance». Gli Chic seppero creare uno stile assolutamente personale, basandosi solo sulle proprie intuizioni, assai innovative, sulle indiscutibili capacità creative e su un sound riconoscibile sin dai primi accordi. Nile Rodgers racconta degli esordi con gli Chic e di come la loro musica fosse talmente rivoluzionaria da non essere capita dai discografici: «Quando siamo arrivati con questa musica, è stata una cosa radicale più che underground: era come noi. Immagina il nostro primo disco «Dance, Dance, Dance», quando lo suonammo, i discografici non avevano neanche idea di quello che stessero sentendo. Lo ascoltarono e poi… Che diavolo è successo!… e noi, questo è il break-down!… e loro, Cos’è il break-down? Di che diavolo state parlando? Quando arriva la canzone! Sembra che il disco sia finito, dicevano. Se sente questa roba alla radio, la gente dice: dov’è finita la musica?…E noi rispondevamo: No, no, no! Quando arriva, la gente si esalta, percepisce un’emozione… canta il break-down ! Poi gli dicevamo: la ragione per cui funziona è che il nostro sound è figo!».

Gli Chic avevano creato il break, il fondamento della musica rap. Più tardi questi breaks diventarono l’ingrediente base per i DJs che contribuirono alla nascita e alla diffusione dell’hip-hop, diventando substrato per i balli dei breakers. Nile Rodgers, pur non sentendosi parte in causa dell’allora nascente movimento, riconosce oggi il ruolo che la sua musica ebbe nello sviluppo della cultura musicale hip-hop: «Sapevo che gli hip-hoppers erano interessati al break. E per questo che la chiamavano break-dance, perché ballavano sul break. La musica degli Chic era fondata sul break, sin dal primissimo disco c’era un break-down che e la parte più importante del disco. Perciò, sebbene, io non fossi parte di quel movimento, da quel punto di vista, ho procurato quello che divenne lo sfondo, il fondamento, la cornice su cui poi hanno costruito la cultura hip-hop».

Al suono caratterizzato dal basso elettrico di Bernard Edwards e della chitarra ritmica suonata da Nile Rodgers si intrecciano le parti vocali delle due cantanti: Alfa Andersen, laureata in lettere e scrittrice per hobby e Lucy Martin, che alternava, tra un’incisione e l’altra, l’attività di ballerina. Nel primo LP degli Chic il ruolo di cantante fu di Norma Jean Wright, ex-componente degli Spinners. Il segreto dei successi siglati dalla premiata ditta Chic va ricercato nella perfetta e sofisticata fusione tra la parte vocale e quella strumentale. Il ritmo e le percussioni di base non avevano mai quell’incedere monotono e statico di altri prodotti musicali rivolti alle piste da ballo. Le creazioni di Nile Rodgers e socio, esteticamente impeccabili, furono sempre accettate anche da chi non ama consumare musica da discoteca. Le frasi e gli incitamenti alla danza furono un’altra caratteristica degli Chic. Nelle discoteche i DJs non ricorrevano più al microfono per scatenare il pubblico e siccome già nei pezzi disco erano presenti testi il cui solo scopo era di portare il pubblico sulla pista, per gli Chic il testo o la parolina giusta fu un ingrediente da non sottovalutare assolutamente. Il primo successo mondiale «Dance, Dance, Dance», edito in un primo tempo solo in disco mix, attirò le simpatie del pubblico anche grazie all’azzeccato scandire di «Yowsah,Yowsah!», quasi un grido di battaglia, che caratterizzava le maratone di danza che si tenevano spesso nelle principali discoteche USA e che venivano chiamate «Non Stop Dance». Da quel primo hit, non si scordarono mai di inserire il versetto giusto o le parole che potessero caratterizzare ed enfatizzare un brano, basti pensare al mitico «Le Freak, C’est Chic!».

Edwards era nato a Creenville nella Carolina del Nord, iniziandola suonare giovanissimo gli strumenti a fiato, per passare più tardi al suo strumento prediletto: il basso elettrico. Agli inizi della carriera si dedicò al rhythm&blues, affermandosi come session-man (turnista di studio), ma la conversione alla disco-funk non tardò ad arrivare. Nile Rodgers, l’altra punta del diamante degli Chic, newyorkese di origine, fu legato in prima battuta al mondo del pop, ma presto aveva rivolto la propria attenzione al jazz/rhythm&blues. Fu in quegli ambienti che si imbattè in Edwards con cui nel 1972 fondò la Big Apple Band, senza mai riuscire a trovare l’intuizione giusta per sfondare. Qualche anno più tardi, i due musicisti fiutarono nell’aria il redditizio vento della disco-dance e compresero come il mercato della musica, soprattutto quello legato agli Africani-Americani, a parte il jazz, non fosse più indirizzato verso i lenti appassionati, il doo-wop, il soul o i coreografici boogie-woogie, ma si stava riposizionando all’interno di un nuovo universo di consumo giovanile, dove le luci e i colori della pista facevano dimenticare dispiaceri, preoccupazioni, disagio e discriminazioni sociali. Nile e Bernard si buttarono in questo affascinante universo, contattando Tony Thompson, che aveva lavorato in precedenza con Stevie Wonder e George McCrae; così insieme a Norma Jean Wright, Alfa Andersen e Diva Gray diedero vita agli Chic.

Il primo singolo «Dance, Dance, Dance» arrivò nei Top 10 delle charts inglesi, seguito dall’album «Chic», contenente la travolgente «Everybody Dance». La diffidenza delle charts statunitensi e mondiali crollò nel ’78, con l’irresistibile «C’est Chic», ma soprattutto con i singolo «Le Freak», uno dei momenti più alti del genere disco-funk e tra i singoli più venduti dell’intero decennio. La definitiva consacrazione arrivò con «Good Times» estratto del terzo album, «Risqué». Il break-beat di «Good Times» fu immediatamente ripreso da un gruppo rap emergente, divenendo l’affare del secolo. I discografici, soprattutto gli investitori neri, lo videro come una moda destinata a sparire presto, per contro i bianchi fiutarono il profumo di verdoni e cominciarono a sfruttare il fenomeno.

La Sugarhill Gang ebbe il supporto di decine di emuli e di rappers che, sulla linea del solco tracciato, diedero vita ad un fenomeno inarrestabile, ancora in atto, sia pure con molte variabili. Da quel giorno l’hip-hop prese piede definitivamente, esplodendo negli anni ‘80 con i breakers che spadroneggiavano nelle strade ed i rappers che conquistavano torme di giovanissimi e non solo. All’inizio la cosa suscitò anche l’entusiasmo di Nile Rodgers, l’uomo più «campionato» del mondo, che assieme a Bernard Edwards, suo alter ego, vide «Rapper’s Delight» finire nelle classifiche di tutto il Pianeta, senza che la sua firma figurasse tra gli autori, soprattutto senza beccare un dollaro di royalties. Questo il suo commento: «Quando ho scritto Good Times e la Sugarhill Gang ha fatto Rapper’s Delight non sapevo che sarebbe passato alla storia!».

Inizialmente, la faccenda a Nile Rodgers non dispiacque, poiché era indice di gradimento dei suoi pezzi, ma anche perché, come musicista ed eterno sperimentatore, la sua creatività era stimolata nel vedere rielaborare e ricontestualizzare la propria musica in maniera differente rispetto alla partitura originale. Nile continua: «Quando andavo in discoteca e il DJ metteva Good Times, se c’era un rapper che ci cantava sopra, cavolo, era favoloso! Mi faceva schizzare, perché c’era la mia musica e questi ci aggiungevano qualcosa che la rendeva diversa. Cominciai ad andare in vari locali per vedere cosa avrebbe fatto gente differente col mio break-down e sinceramente pensavo che fosse fantastico. Ma quando qualcuno ha deciso di farne un disco e venderlo, ho detto, cavoli, qui bisogna fare qualcosa!».Venne avviata una battaglia legale che, in verità, ebbe breve durata. I responsabili della Sugarhill Records sapevano che non l’avrebbero mai spuntata (soprattutto contro un colosso come l’Atlantic e gli osannati Chic) e tutto si concluse con un accordo tra le parti.

All’inizio gli Chic furono soprattutto un marchio, una sigla, non una vera band. Rodgers e Edwards sceglievano i musicisti, organizzando di volta in volta il lavoro in studio. Subito dopo i primi successi, però, nacque l’esigenza di poter (e dover) fare dei tour, quindi si costituirono come gruppo stabile. Qualche tempo dopo, oltre a curare i propri lavori, costituirono la Chic Organization, una vera industria della musica, arrangiando e curando la produzione di innumerevoli artisti, sui quali impressero quel loro tipico marchio di fabbrica facilmente riconoscibile. Tra le produzioni più riuscite ricordiamo quelle per conto di Sister Sledge, Diana Ross e Sheila and B-Devotion; negli anni 80, Madonna, Duran Duran, David Bowie, Debbie Harry, INXS e Thompson Twins, fino alla più recente collaborazione con i Daft Punk. A volerla dire tutta, senza il funk disarticolato e tagliente degli Chic, assurto a modello di pop di largo consumo, non ci sarebbero stati personaggi come Prince et similia. Le morti premature di Edwards nel 1996 e di Thompson nel 2003 hanno lasciato Nile Rodgers da solo a perpetuare il mito degli Chic. Rodgers l’ha fatto benissimo continuando il suo percorso di musicista e di produttore, tanto che gli Chic sono stati sciolti e ricostituiti, poi di nuovo disciolti. Il «vecchio» Nile non ha mai perso il vizio facendo rivivere la gloriosa epopea di un «sound» che appartiene alla storia della migliore musica popolare (non solo dance) degli ultimi cinquant’anni: ottime le sue performance sperimentali nei più importanti festival jazz e non solo.

Chic