// di Francesco Cataldo Verrina //

Esiste una connessione del tutto casuale tra Umbria Jazz, la mia iniziazione al genere e la nascita della Red Records. Nel 1976 nel corso del festival umbro fu registrato un concerto di Sam Rivers, destinato a divenire ufficialmente il primo disco pubblicato dell’etichetta rossa, mentre Sergio Veschi e Alberto Alberti si erano conosciuti, l’anno prima, durante la kermesse umbra.

DAL SITO DI UMBRIA JAZZ:

Orvieto – Gubbio – Città di Castello – Castiglione del Lago – Terni – Perugia, 20 – 25 luglio 1976

Umbria Jazz scoppia. Migliaia di ragazzi arrivano da tutta Italia, accompagnati dalle tensioni che animavano quegli anni difficili (gli Anni di piombo). Ancora una volta a mobilitare l’attenzione di quella folla c’era il campione del free jazz, il sassofonista Sam Rivers, diventato una sorta di idolo. Il funambolico pianista di Charles Mingus Don Pullen con una fantastica performance a Castiglion del Lago mobilitò la folla che, invece, ascoltava insofferente campioni del jazz più classico come Stan Getz o la divina Sarah Vaughan. Nelle sei giornate di spostamenti fra una città e l’altra dell’Umbria a farsi ascoltare c’erano anche il favoloso quintetto di Horace Silver con gli ottimi Bob Berg e Tom Harrell ai fiati, i sempre trascinanti Jazz Messengers di Art Blakey, Dizzy Gillespie, Cedar Walton e un bel po’ di italiani da Massimo Urbani a Enrico Rava.

Umbria Jazz Festival | Perugia (1976) [Filmato RAI Storia]

Arrivai per la prima volta a Perugia nel luglio del 1976, avevo 16 anni ed ero venuto a far visita a mia sorella ed i miei cugini più grandi che frequentavano la facoltà di Giurisprudenza. Inconsapevolmente, mi trovai risucchiano da un gorgo umano, una marea di gente che si spostava da un posto all’altro, da una località all’altra dell’Umbria per assistere ai concerti gratuiti. Non sapevo nulla di jazz, alcuni ragazzi più grandi con i quali avevo subito familiarizzato, mi spiegarono le dinamiche di quel festival. Senza esitazione alcuna mi accodai a quella massa colorata di giovani ed andai ad assistere ad alcuni memorabili performance. Fu l’anno delle contestazioni, parecchi mostri sacri del jazz, soprattutto i bianchi, vennero fischiati. Quei giovani, erano molto diversi da quelli di oggi: trasandati, informali, capigliature appariscenti. Tutte le convenzioni sembravano spezzate, si fraternizzava facilmente e si condivideva tutto. Tra di essi c’erano i figli annoiati della borghesia in cerca di qualche diversivo, proletari veri, figli di operai e contadini del Sud, studenti fuori sede e soprattutto tanti stranieri giunti da ogni dove. Fu una delle settimane più entusiasmanti della mia vita. L’anno successivo, appresi, che la manifestazione era stata cancellata per motivi di ordine pubblico. La ritrovai nel 1979, quando vivevo anch’io a Perugia, dove mi ero scritto all’università, ma tante cose erano cambiate. Tutto appariva più ordinato e sotto controllo, sebbene l’atmosfera fosse ancora elettrizzante e la musica di alto livello. A distanza di più di quarant’anni ogni cosa è cambiata per i cultori del jazz, ma l’appuntamento si ripete.

La Red Records nasce dalla collaborazione tra Sergio Veschi e Alberto Alberti ed in maniera del tutto casuale e precipitosa, senza uno schema ben preciso, usando la tecnica dell’improvvisazione jazz come racconta lo stesso Veschi: «Ad Umbria Jazz, nel ’74, ’75, non ricordo, conosco Alberto Alberti, il quale un giorno mi propose di registrare il gruppo di Sam Rivers. Lo registrammo e dopo sei mesi decidemmo di fondare un’etichetta, collaterale alle iniziative culturali del movimento, ma di fatto formalmente indipendente. La Red Records nacque in maniera istintiva, senza una precisa pianificazione, come si fa nel jazz, improvvisando!». Quando Sergio Veschi fa riferimento al movimento, parla del Movimento Studentesco Milanese, di cui faceva parte e all’interno del quale era stato già promotore di diverse iniziative.

La musica si diffonde tutt’intorno, mentre il pick-up di uno dei miei giradischi scava avidamente fra i solchi. Un cumulo di ricordi si addensano nella mia mente. È passato tanto tempo, ma i suoni e le immagini e i colori sono assai nitidi. La musica è un valido corroborante per la memoria ed un elemento fortemente evocativo. Ho messo sul piatto da qualche minuto «Two as One», un album registrato dal vivo al Teatro Morlacchi di Perugia da un semplice duo: Kenny Barron al piano e Buster Williams al contrabbasso, e la macchina del tempo si è subito azionata, trascinandomi vorticosamente a ritroso. Non era la prima, né sarebbe stata l’ultima volta che la Red Records avrebbe fissato su disco alcuni momenti di Umbria Jazz. Il duetto piano e basso costituiva in pratica la metà di «Pumpkins Delight: Sphere Live At Umbria Jazz» altro momento topico di quel 14 luglio 1986, divenuto un album epocale nella storia del jazz mondiale. Per farla semplice, il pacchetto prevedeva, oltre al quartetto completo, ossia Charlie Rouse sassofono tenore, Kenny Barron pianoforte, Buster Williams basso e Ben Riley batteria, anche una una serie di duetti del pianista Kenny Barron ed il bassista Buster Williams. Questa situazione, che definirei minimale, fu assai sorprendente e suggestiva, anche per scrive, che solitamente ama ed amava situazioni più articolate e ricche di strumenti.

Era il 1986, lavoravo in una radio, collaboravo con un giornale ed ero accreditato per i concerti e gli eventi del festival umbro, andavo di qua e di là, come faccio spesso, entravo ed uscivo e quel giorno varcai la soglia del Teatro Morlacchi senza tanta convinzione. All’epoca avevo 26 anni, conoscevo Buster Williams, apprezzavo molto il pianismo di Kenny Barron, ma ero un patito di fusion, genere che, da lì a qualche anno, avrei ripudiato senza rimpianto alcuno. Dovettero comunque passare alcuni anni prima che il mio pentimento sulla via del bebop divenisse un fatto compiuto, quasi in concomitanza con una sorta di maturazione fisica, mentale e culturale, che mi portò ad apprezzare anche altri piaceri della vita come il vino, i sigari e, per lungo tempo, perfino un abbigliamento elegante e rigoroso come quello dei jazzisti degli anni ’50. Quel giorno di luglio del 1986 entrai nel teatro perugino con atteggiamento di supponenza ed in abiti molto casual: jeans, scarpe sportive, una T-shirt con il logo di Umbria Jazz e con capelli ricci ed arruffati, anche se già in massima parte fuggiaschi dal mio capo, nonostante la stempiatura fosse ancora contenuta.

Come buona parte di di quelli della mia generazione, ero solo un rockettaro, in parte fuorviato dall’ascolto dei cantautori, amante del soul-funk, con il pallino della fusion e qualche propensione per il free; non nascondo che consideravo il jazz mainstream una roba da «vecchi», da pseudo-intellettuali, una di quelle cose da conoscere per sentirsi al di sopra della media. Vi sto parlando di me, non per vanità, ma per sottolineare il fatto che ognuno di noi è anche ciò che ascolta, oltre a quello che legge o che mangia. La musica forgia il carattere delle persone, può renderle migliori o peggiori di quello che sono; non a caso, qualche anno dopo, mi buttai a capofitto nell’ascolto e nello studio del jazz, soprattutto alla ricerca del tempo perduto. Non so perché, nel senso che non ne conosco la causa, ma il fatto di essere stato spettatore diretto, quasi casuale, di questo set minimale, corrisponde ad un momento importante della mia vita. Quella sera qualcosa cominciò a frullare nella mia mente. Fu una specie di campanello d’allarme che progressivamente divenne sempre più assordante, fino a farmi considerare insipido ed inutile qualsiasi altro genere musicale che non fosse jazz o di derivazione afro-americana.

Si consideri che già il piano trio è un formato abbastanza difficile in cui esibirsi, già il piano trio è un formato abbastanza difficile in cui esibirsi, soprattutto poco fruibile dalla moltitudine, ma togliendo la batteria, che garantisce la scansione del tempo in maniera quasi metronomica e cronometrata, le cose diventano ancora più difficili. Barron e Williams s’impegnarono in un contrappunto quasi standard con grande sicurezza ed affiatamento, tanto da non far sentire troppo la mancanza degli altri strumenti, assemblando una raccolta di standard che, dilatati e rinvigoriti da un gioco di scambi non prevedibili, sembrano restituiti a nuova vita: «All of You», «This Time The Dream’s On Me», «Someday My Prince Will Come» «I Love You» e «My Funny Valentine». È un piacevole susseguirsi splendidi momenti inter pares, dove Williams ricama ed abbellisce l’approccio melodico di Barron e questi che lo insegue e lo spinge verso assoli creativi e non convenzionali. Non ci sono i vincoli di un composito line-up , dunque tutto ciò consente ad entrambi di allungarsi a loro piacimento e di creare un forte effetto attrattivo sull’ascoltatore. Senza tema di smentita «Two as One», sia pure in formato ridotto, è il «degno compare» del più celebre «Pumpkins Delight» registrato in quartetto.

Ascoltando, a distanza di anni, questo ed altri album della Red Records, mi sono reso conto di quanto io sia grato a questa etichetta per aver fatto emergere il mio amore per il jazz, producendo dischi di egual livello di «Two as One», se non superiori in molti casi. La Red Records era lì, in quei luoghi, in cui il mio amore per il jazz si concretizzava, documentando, attraverso splendide registrazioni live, alcuni eventi di cui sono stato uno spettatore entusiasta. Da un anno circa, la Red Records è tornata a produrre e a ristampare, anche, in vinile alcune delle gemme del suo repertorio. L’amico Sergio (Veschi), protagonista di tante battaglie, ha abdicato a favore di Marco Pennisi, quasi un passaggio di testimone da padre a figlio. E vi garantisco che la Red Records, con la sua storia, il suo prestigio e il suo catalogo, non avrebbero potuto finire in “mani” migliori.

«Two as One» è disponibile nel catalogo della nuova Red Records di Marco Pennisi. Per informazioni: https://redrecords.it

Kenny Barron