// di Francesco Cataldo Verrina //

Quali sono gli atti che hanno consegnato jazzisti di ogni epoca agli annali della storia, se non i loro dischi? Tutto il resto è nozionismo da settimana enigmistica, becero biografismo che riduce l’attività degli artisti al mero pettegolezzo, una morbosa endovena che alimenta l’estasi del ciangottare e della banalità senza fili applicata ai mass media. Mentre l’attività concertistica rappresenta una sfilata trionfale dopo una vittoria, piuttosto che una parata prima di una guerra o di una sperata conquista, i dischi, per i jazzisti, sono come le ferite e le battaglie degli eroi omerici, la loro chanson de geste; soprattutto costituiscono l’unica via d’accesso alla narrazione della loro attività musicale, nonché il grimaldello ideale per aprire la porta alla comprensione del jazz nelle sue accezioni molteplici.

Entrando direttamente nel merito, diciamo che scribacchini del giornalismo con ritenuta d’acconto hanno spesso liquidato Mal Waldron con la seguente dicitura: pianista-accompagnatore di Billie Holiday e collaboratore di Charles Mingus. Definizione diffusa, dapprima in USA e poi pappagallescamente riverberata da una certa vulgata che, su molti individui ed a distanza di decenni, ha ancora effetti deleteri, collaterali e devastanti come la polvere dell’amianto. Di certo, i riferimenti suddetti sono due importanti medaglie al merito sul petto dei Mal Waldron: Billie Holiday baciata dalla fortuna per aver avuto un sopraffino accompagnatore come lui o Mingus un collaboratore di questo calibro, risolutivo in tante situazioni per la sua ampia conoscenza del verbo jazzistico.

Tali referenze non sono, altresì, comprensive della proficua attività di un pianista-compositore sensibile, preparato e dotato di una tecnica non convenzionale, soprattutto non sono per nulla esaustive al fine di descrivere una carriera dalle tante sfumature e dalla più disparate collaborazioni con più di 100 album pubblicati. Nonostante il suo curriculum, il suo passato con radici profonde ed ancorate alla tradizione bop, Mal Waldron non fu mai profeta in patria, o lo fu di riflesso: l’Europa gli offrì una nuova cittadinanza musicale onoraria ed in Giappone ne fecero quasi un monumento nazionale ed un oggetto di culto.

In Italia? Poche note a margine e qualche disco essenziale per i cultori più attenti ed esigenti, specie nel periodo del sodalizio con Steve Lacy. Il rapporto con il sopranista diede vista ad alcuni album molto considerati dagli appassionati di jazz sperimentale e d’avanguardia. L’arrivo in Europa permise a Waldron di osare ed oltrepassare la linea di confine del post-bop, spingendolo oltre le Colonne d’Ercole di un jazz free-form, ma a controllo automatico, soprattutto di mettere in pratica una capacità, multiforme e difforme, di esprimersi oltre i ristretti ambiti del bop-swing di maniera. “What It Is” venne dato alle stampe nel 1982 dall’etichetta tedesca ENJA e prodotto da Horst Weber e Matthias Winckelmann, sebbene registrato al Vanguard Studios di New York il 15 novembre 1981, quando la diaspora dei nomi illustri del jazz era iniziata da tempo. I paesi scandinavi, la Germania e la Francia costituirono degli approdi sicuri.

Ciò consentì a molte etichette del Vecchio Continente, come la succitata ENJA, la SteepleChase o le italiane Red Records e Soul Note di mantenere vivo il sacro fuoco sull’altare del jazz e di avere in catalogo nomi prestigiosi della leggendaria epopea degli anni ’50 e ’60. “What It Is” è un lavoro di notevole caratura sfuggito ai radar, rimasto in ombra per decenni, ignorato da molti critici ed intercettato da piccoli stormi di occasionali sostenitori del pianista. La sessione nasce da una formazione all-star, dove tutti i nomi in cartellone avevano un certo peso specifico: Mal Waldron pianoforte, Clifford Jordan sassofono tenore, Cecil McBee contrabbasso e Dannie Richmond batteria. Ciascuno di essi, in un modo o nell’altro, aveva avuto qualche rapporto con il jazz d’avanguardia, non a caso “What It Is” sfugge ai canoni di un post-bop stracotto e di routine.

In sole tre lunghissime tracce, il line-up distilla un’infinità di idee, tante con cui avrebbero potuto realizzare almeno cinque album. La sola title-track a firma Waldron, “What It Is”, della durata di 17:53 minuti, è un’odissea multitasking forgiata a ferro e fuoco in un inferno sonoro, un jazz a volo libero ad alta propulsione col baricentro sempre spostato in avanti dal ripetitivo martellare di Waldron, che a tratti ricorda un Cecil Taylor meno dissacrante, con il sostegno una sezione ritmica in metallo pesante ed un drumming simile ad un tuono prima di una tempesta. “Charlie Parker’s Last Supper” composta da Clifford Jordan, mette in luce la proteiforme vitalità di un sassofonista spesso ridotto dalla vulgata al rango di musicista mainstream. Nella sua ironica progressione Jordan fa il libero a tutto campo senza freni inibitori: veloce, aggressivo e melodico al contempo, con la complicità di una retroguardia che sta al gioco aumentando il carico.

“Hymn From The Inferno” di Mal Waldron , titolo emblematico che definisce gli assunti basilari dell’album, nei suoi quasi dodici minuti di durata pone il quartetto sotto una luce differente, facendolo apparire in anticipo sui tempi, attraverso la creazione di un free jazz evoluto, tanto da poter essere allineato più al concept sonoro di molti gruppi venuti dopo che non a quello di tanti coevi. È importante sottolineare come la mistura sonora proposta da Waldron e soci, in quel primo scorcio di anni Ottanta, costituisse una vera alternativa alla fusion. La formula del pianista venne sviluppata parecchio tempo più tardi e quasi mai intercettata dai mezzi d’informazione. Chissà, forse per via della solita interferenza mediatica, da Mal Waldron ci si aspettava un album di bop in crema pasticcera con scaglie di cioccolato al latte.

EXTRALARGE

Mal Waldron e Steve Lacy – “Journey Without End”, 1972
Dalla fine degli anni ’60, gli USA non sembravano più essere un terreno fertile per molti musicisti della grande epopea del bop, soprattutto suonare jazz era diventato un affare poco proficuo, cosi in tanti avevano preferito trasferirsi armi e bagagli in Europa, dove trovarono calda accoglienza ed un tenore di vita dignitoso e proporzionato al loro talento. La scena europea e la creativa atmosfera che vi si respirava tutt’intorno finirono per diventare molto più attraenti per tanti jazzisti che trascorsero parte della loro vita nel vecchio continente: tra i tanti anche Mal Waldron e Steve Lacy. Waldron era stato l’accompagnatore ufficiale di Billie Holiday dall’aprile 1957 fino alla sua morte avvenuta nel luglio del 1959, mentre Steve Lacy, dopo alcuni album mainstream, aveva sviluppato sul sax soprano un jazz che guardava alle avanguardie.

Waldron arrivò a Parigi a metà degli anni ’60 e, dal 1967, rimase di stanza a Monaco. Dal canto suo, Steve Lacy era approdato a Parigi nel 1969. Entrambi vissero l’epoca d’oro della capitale europea dell’arte, rimanendoci per decenni. I loro destini si erano spesso incrociati sulle strade del vecchio continente per varie collaborazioni, ma “Journey Without End”, registrato presso gli Studios Europa Sonor di Parigi, il 30 novembre 1971, e pubblicato l’anno seguente in Giappone, rappresenta la loro prima collaborazione come co-leader. I due si avvalsero di un’eccellente sezione ritmica, Kent Carter al basso e Noel McGhie alla batteria, registrando in quartetto cinque composizioni, due di Waldron sul lato A e tre di Lacy sul lato B. L’album mette in luce le personalità contrastanti e quasi antitetiche dei due protagonisti: il sax soprano di Steve Lacy in libera uscita è comunque tenuto a bada ed incorniciato dal pianoforte lunatico, oscuro e sognante di Mal Waldron, ma il sassofonista riesce a caratterizzarsi meglio, distillando un album più attinente al suo stile.

Due delle composizioni di Lacy, “I Feel A Draft” e “A Bone”, presentate per la prima volta in questo set, sono certamente tra i momenti migliori del disco. Il pianoforte di Waldron imprime la sua anima fra i solchi con il supporto di un ottima retroguardia, ma sono gli assoli di sax liberi e volanti di Lacy a trascinare l’ensemble. Le sue improvvisate fughe a schema libero allargano l’orizzonte della musica con un piglio a tratti funkoide. innescato dal groove della sezione ritmica, capace di produrre quell’avvincente mix in voga in quel periodo, molto accessibile, ma avanzato al contempo. Per contro, il lato A, che contiene le composizioni di Waldron, risulta, al primo impatto, più scorrevole, mentre i brani a firma Lacy, sulla B side, appaiono più complessi ed astratti. I componimenti di Waldron risultano, però, più consistenti e brillanti sotto la mano avventurosa e spregiudicata di Lacy. “Journey Without End” finisce per essere, nel complesso, un perfetto gioco di equilibri, certamente il miglior album, tra quelli nati dalla loro collaborazione.