// di Guido Michelone //

Il trombonista Paul Rutherford, nato a Greenwich (a sud-est di Londra) il 29 febbraio 1940 e morto nella capitale inglese il 5 agosto 2007 è forse il maggior esponente della free improvisation britannica, la corrente musicale che va ben oltre il free jazz afroamericano, rappresentando, dal punto di vista precipuamente sonoro il non plus ultra di un jazz radicale che negli anni ’70 si concentra in particolare sulla ricerca acustica, non disegnando, però, nel caso di Rutherford anche un impegno politico manifesto, come nel disco d’esordio The Gentle Harm Of The Bourgeoisie uscito nel 1975 e da considerarsi ormai un ‘classico’ (benché ancora ostico a una fruizione tradizionale).

Il danno gentile della borghesia – titolo azzeccatissimo che, con un gioco di parole nelle lingue francese e inglese riprende quello del celebre film di Luis Buñuel Le charme discret del la bourgeoisie, scambiando appunto charme nel suo contrario Harm per arridere ulteriormente alla classe al potere – è dunque uno storico e al contempo attualissimo ellepì di free improvvisation: il paffuito, flemmatico, riflessivo Paul infatti pubblica queste ‘solo trombone improvisations’ (come avverte il sottotitolo) nel a seguito di un’esibizione dal vivo al teatro Unity di Londra nel 1974. Si tratta dunque di uno dei primi grandi esempi di musica radicale europea (che coinvolge oltre il regno Unito, soprattutto Germania e Olanda), soprannominata anche di volta in volta free music, creative music, improviseted music, per distinguerla dal più ritmato e meno estremista free jazz nero. Ma le categorie o definizioni non c’entrano: questa è poesia eversiva, happening immaginifico o suono totale allo stato puro, con un’ulteriore dose di ironia sociale memore, come già visto, del surrealismo corrosivo buñueliano.

A raccontare la propria esperienza nel jazz radicale degli anni ’70 è Rutherford quando nel 2001 lo incontrai a casa del pianista Gaetano Liguori, il quale chiama il collega inglese per una nuova registrazione, ospitandolo per una settimana: “Nel circuito jazz – inizia Paul – le mie prime esperienze rilevanti, risalgono al 1965 quando fondai lo Spontaneous Music Ensemble, insieme a John Stevens e Trevor Watts; un gruppo attivo da quasi trent’anni, anche se i componenti sono cambiati. Nel 1967 ho lavorato con Mike Westbrook, il più importante leader del free jazz inglese. Le collaborazioni con altri grandi musicisti sono un punto fermo della mia carriera: nel 1970 sono diventato trombonista nella London Jazz Composers Orchestra, poi tra il 1972 e il 1981 sono stato membro della Globe Unity Orchestra in Germania e nel 2002 sono tornato in Italia e mi sono unito al gruppo del percussionista Tony Rusconi e poi a quello del nostro Gaetano Liguori”.

Ascoltando un opera ‘difficile’ come The Gentle Harm Of The Bourgeoisie si capisce molto della cultura sonora di Rutherford, il quale non tarda a spiegarla: “Ebbene, il disco si ispira indirettamente sia ai jazzisti afroamericani, come John Coltrane ed Eric Dolphy, sia alla musica classica del ventesimo secolo di Bela Bartok e Edgar Varèse. Il mio gusto di trombonista, invece, risente di Jack Teagarden, J.J. Johnson, Jimmy Knepper e Bob Brookmeyer, anche se in un contesto ultramoderno. Infine molti album come Music For large And Small Ensembles di Kenny Wheeler, Live In Wuppertal della Globe Unity, In Hamas di Barry Guy, sono stati per me fondamentali. Non dimentichiamo che in passato, durante i Seventies, mi sono esibito con rock band e musicisti come Manfred Mann o Alex Harvey e recentemente nella big band del batterista dei Rolling Stone Charlie Watts”.

Al di là delle molte esperienze variegate, a cui si possono aggiungere i nomi di band di un jazz britannico attivo nei Seventies come Henry Cow, Centipede, Soft Machine, Mike Westbrook Orchestra, il discorso cade inevitabilmente sul ruolo dell’improvvisazione e sul come viene o no teorizzata da Paul o dai jazzmen del suo giro negli anni ’70: “Non credo che l’improvvisazione abbia bisogno di affermazioni o principi: questa è improvvisazione, e dovrebbe essere così! Qualcosa che viene dalla natura non deve essere teorizzato. È una forma di libera interpretazione del proprio carattere musicale (…) Se c’è una dichiarazione di principi, è che devi tenere la mente e le orecchie aperte per imparare il più possibile dagli altri o dai tuoi errori. Questo è il mio imperativo! Lascia che le persone imparino dai propri errori! Non c’è niente che tu possa dare per scontato; non puoi sempre dire: “Questo è perfetto. Sono davvero contento per questo!”. O bene, potresti essere soddisfatto della tua performance, tuttavia devi anche avere autocritica. Questo è davvero l’elemento più importante nella musica improvvisata, l’improvvisatore è prima di tutto un essere umano”.

Per Rutherford, infine, la free improvisation di The Gentle Harm Of The Bourgeoisie e di tante altre opere non avrebbe una vera dichiarazione d’intenti sul piano filosofico: “Quando le persone improvvisano non dicono: Questo è quello che dovresti fare, questo è quello che non dovresti fare!’ Giudichiamo le persone che suonano e le persone che ascoltano. Quindi il vero esito della musica improvvisata dipende dalle intenzioni dell’artista. Chi si improvvisa nella musica jazz può suonare lo strumento musicale con tutte le sue potenzialità espressive o riprodurre in modo convenzionale la solita musica ordinaria. Le tecniche strumentali non sono così sperimentali per il libero improvvisatore: a sostegno di questa teoria c’è il fatto che molti jazzisti hanno grandi capacità tecniche ma sono pessimi nell’improvvisazione. Per loro è sufficiente seguire alcune linee guida per suonare lo strumento in modo perfetto. Ma, anche se si suona bene in una situazione convenzionale, regolamentata e strutturata, non c’è spazio per rompere le connessioni tra strumento e passato o le procedure standard, è quasi necessario adattarci allo strumento musicale”.

A dover stilare un’ipotetica top ten del jazz negli anni ’70 un album come The Gentle Harm Of The Bourgeoisie e un trombonista quale Paul Rutherford non dovrebbero mai mancare per intendere molte cose.

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