// di Guido MIchelone //

Nina Simone – nome d’arte di Eunice Kathleen Waymon nata a Tryon il 21 febbraio 1933 e morta a Carry-le-Rouet il 21 aprile 2003 – è quasi perfetta – in negativo – nel ruolo di protagonista afroamericana della musica durante gli anni ’70 (come mostra il DVD di Montreux) facendo insomma rivivere anche le contraddizioni di una cantante, pianista, jazz girl, compositrice e attivista per i diritti civili in un’America dalle forti contraddizioni. Arrabbiatissima per l’uccisione del reverendo Martin Luther King e per la dura repressione contro Pantere Nere, sul finire dei Sixties lascia gli Stati Uniti accusando polemicamente tanto l’FBI quanto la CIA di scarso interesse nel risolvere il problema del razzismo. Durante i Seventies gira quindi il mondo, abitando via via alle Barbados, poi in Africa (Liberia ed Egitto), quindi in Turchia e in Europa (olanda e Svizzera). In seguito all’ abbandono, come ritorsione in patria solo di rado le vengono pubblicati nuovi album, a tal punto che nel 1974 per circa un lustro è silenzio in sala di registrazione e nella vita di ogni giorno, giacché Nina lasciando poche notizie di sé: solo un LP per eclissarsi ancora sino agli Eighties, quando la canzone forse più note, My Baby Just Cares For Me, viene usata in pubblicità, consentendolo di essere riscoperta dal grosso pubblico e da nuovi adepti.

Rispetto alla vocalist di successo, in grado di mescolare jazz, soul, blues, folk, gospel, accompagna dosi al pianoforte con un tocco quasi mozartiano (memore degli studi classici da bambina, interrotti solo per motivi razziali, con i frequenti divieti di accedere ai conservatori per bianchi), la Nina dei primi Seventies si propone quale combattiva eroina della fierezza afroamericana, trasformando spesso i concerti in reading politici: è il tal senso l’unica stella nera a imprimere una svolta così radicale alla propria carriera, seguendo in questo, i destini di molti leader del black power, esuli in altre parti del mondo e confermandosi dunque quale portatrice di una musica che va ben oltre il sentire artistico.

Poco prima del fatidico Sessantotto Nina cambia ancora etichetta discografica, che significa anche mutare stile espressivo, così come accade a quasi tutti gli esponenti di colore, in bilico fra arte e industria: scegliendo di lavorare per la RCA, economicamente più vantaggiosa, alla Simone viene richiesto di aprirsi maggiormente al soul (allora imperante): in effetti long playing registrati fra il 1967 e il 1974 sono anche molto vicini al funk e al r’n’b, allora di moda; in mezzo spicca anche Così ti amo (1970) un album uscito solo nel nostro Pese, avente quale unica novità la title track cantata in un buon italiano ma dal testo banale (pur figurando Gino Paoli fra i traduttori-parolieri).

Dal 1976 fino al 1993 gli ultimi dieci lavori ufficiali, incisi fra alti e bassi a periodi alterni (tra il penultimo e l’ultimo scorrono addirittura sei anni di silenzio discografico assoluto) riflettono l’instabilità caratteriale della protagonista medesima (balzi di umore che la costringono ad azioni autolesioniste e a essere ricoverata in clinica psichiatrica) con risultati artistici non sempre all’altezza della fama di quella ‘Nina Simone’ che viene da tutti acclamata lungo gli anni’60.

E forse per fronteggiare una sorta di crisi ispirativa già negli anni ’70 (e oltre) la musica di Nina in concerto (spesso ripresa dagli album live) si avvantaggia di brani scritti in precedenza, come nella memorabile performance a Montreux nel 1976 con Four Women, composta dieci anni prima, ma sempre attuale, come lei stessa afferma in un’intervista del 1984: “[Il testo] incapsula completamente il problema dei neri in America tra le donne. Four women dava a noi donne nere l’opportunità di riflettere sulla nostra coesistenza all’interno della nostra stessa comunità. Nina Simone ebbe la capacità di raccontare una storia, se stessa, e di essere tutte le donne nel momento in cui le scriveva. (…). E noi tutte conoscevamo almeno una o due di quelle donne, perciò ci sentivamo rappresentate. La canzone ci metteva di fronte a noi stesse”.

Nina aggiunge quindi un ulteriore tassello al proprio attivismo, definibile ‘femminismo afro’, il cui apice lo raggiunge nel 1969 con il brano To be Young, Gifted and Black, scritto in memoria dell’amica e attivista Lorain Hansberry scomparsa nel 1965, rivelando che “(…) noi donne di colore siamo le creature più belle del mondo. Intendo in tutti i sensi, dentro e fuori. La nostra cultura non è paragonabile a quella di nessun’altra civiltà, per quanto sia a noi ancora sconosciuta. Il mio compito è di metterla in luce e di risvegliare nella mia gente la curiosità, o di persuaderla, in un modo o nell’altro, a prendere consapevolezza di se stessa, delle sue origini. […]Siamo una razza perduta, e le mie canzoni vogliono deliberatamente risvegliare delle consapevolezze: ‘Chi sono? Da dove vengo? Mi piaccio davvero? E perché mi piaccio? E se sono nera e bellissima, e lo sono davvero e ne sono consapevole, allora non mi interessa se qualcuno afferma il contrario?. Ecco di cosa parlano le mie canzoni”.

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