// di Francesco Cataldo Verrina //

Don Sleet è stato un ottimo trombettista bianco, quasi sconosciuto alla massa ed ai libri di storia. Morto a 48 anni nel 1986 per un cancro al sistema linfatico, ebbe modo di incidere pochi dischi, a causa della prolungata malattia che lo tenne lontano dalle scene per lunghi anni. Nato il 27 novembre del 1938 nell’Indiana come Donald Clayton Sleet, poco più che bambino aveva iniziato a studiare pianoforte, ma lo fece solo per quattro anni, condizionato dal padre che dirigeva il dipartimento musicale presso una scuola di San Diego in California. Presto il suo strumento di elezione divenne la tromba, di cui approfondì la sconoscenza con insegnanti del calibro di Buddy Childers, Daniel Lewis e Shorty Rogers.

L’esperienza maggiore, e quella più formativa, di Don Sleet comprende cinque anni di big band, divisi tra la San Diego State College Jazz Band e Terry Gibbs, tre anni con la San Diego Symphony ed un suo piccolo piccolo gruppo con il quale vinse l’Easter Week Jazz Festival al Lighthouse di Hermosa Beach per tre anni consecutivi (1956-57). In seguito divenne una presenza assidua sul palco Jazz City di Los Angeles accanto a star come Billie Holiday e Art Blakey & The Jazz Messengers. Nell’estate del 1960, fece parte del Lighthouse All Stars di Howard Rumsey, mentre per quasi tutti gli anni ’60 fu al soldo di Shelly Manne, con il quale registrò una sessione di studio nel 1964.

«All Members», un disco che qualunque appassionato di jazz moderno dovrebbe possedere o almeno conoscere, rappresentò l’apice della carriera musicale di Don Sleet, ma anche l’inizio della sua caduta. Essere un giovane bianco coinvolto, a soli 22 anni, in una registrazione con un line-up formato da alcuni dei migliori musicisti neri in circolazione in quel periodo, avrebbe dovuto arrecare al trombettista nuove opportunità lavorative ed una fama mondiale, quanto meno a livello nazionale. La sessione, supportata da Jimmy Heath al sassofono, Wynton Kelly al piano, Ron Carter basso, Jimmy Cobb alla batteria, ebbe un buon successo ed il giovane Don Sleet suonò inter pares senza tentennamenti o timore riverenziale, dimostrando di essere a suo agio durante quel set in cui giganteggiavano tutti quei mastini dalla pelle scura. Sleet si mosse senza complessi o titubanze, confessando qualche tempo dopo che «tutto il suo background era stato influenzato dalla musica degli afro-americani».

La presenza di un sodale in prima linea come Jimmy Heath, fu per Sleet una spalla su cui appoggiarsi ed uno stimolo a liberarsi da certi schemi tipici del sound della Bay Area. «All Members» è un album lontano dai climi balneari e vacanzieri del West Coast Jazz e perfettamente calato in un mood newyorkese, a metà strada tra Dizzy Gillespie e Miles Davis. Brani uptempo come «Brooklyn Bridge», scritta da Cliff Jordan o l’originale «Fast Company», a firma Don Sleet, sono esempi tangibili dell’abilità tecnica del trombettista, capace di catapultarsi in un’atmosfera tipicamente hot-bop.

Il pianoforte di Wynton Kelly apre al giovane trombettista dell’Indiana ampi spazi di manovra, senza lasciare mai aria ferma, mentre dalla retroguardia il basso di Carter e la batteria di Cobb evitano costantemente la stagnazione creativa, anche durante le ballate mid-range come «Secret Love» di Ben Webster, il loro metronomico battere e levare è inesorabile. Registrato il 16 marzo del 1961 a New York, «All Members» è uno di quegli album sfuggiti al controllo dei radar, e ben altro destino avrebbe avuto se fosse uscito con la Blue Note. La Jazzland Records era solo una piccola etichetta sussidiaria della Riverside. Chi ha avuto modo di conoscere ed apprezzare questo disco si rende conto che a volte basta una sola sessione di registrazione per rendere immortale un artista jazz.

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