// di Bounty MIller //

Tra il 1971 e il 1972, Marvin Gaye è sul tetto del mondo con «What’s Going On», il suo capolavoro, considerato fra i 100 dischi più importanti della storia della musica contemporanea. È l’album che decreta il passaggio del Soul, da musica di puro intrattenimento a musica d’impegno sociale: soltanto in America, in poche settimane il disco oltrepassa il milione di copie, che per un artista nero era un vero record. Miles Davis nel 1972, sotto contratti con la Columbia, si arrabatta e cerca di rinverdire i fasti di «Bitches Brew». Quell’anno pubblica «On The Corner», un disco interlocutorio, dove subisce fortemente il fascino del soul, dando vita ad un album non di jazz canonico, ma sviluppando un ibrido musicale jazz-funk con influenze sperimentali al quale non tutti gli ascoltatori dell’epoca si mostrarono pronti. È questo il periodo nel quale Davis risente maggiormente dell’influenza di artisti come James Brown, Funkedelic e Sly Stone. Miles Davis, già da qualche tempo, guardava il jazz nello specchietto retrovisore, facendo infuriare i puristi del bop, conquistando un nuovo pubblico proveniente dal mondo del rock, ma al contempo capiva che i suoi sostenitori erano sempre più bianchi, soprattutto i giovani. Cercando di rinnovare il sodalizio anche con la gioventù afro-americana, il trombettista trovò il modo di combinare il jazz con forme sonore più alla moda e contemporanee.

Alla Motown pensano di realizzare un album che vedeva come protagonisti Marvin Gaye e Miles Davis insieme. I due, senza essersi neppure parlati a telefono, rifiutano dando la stessa motivazione: siamo due prime donne, sarebbe difficile trovare una convivenza artistica. Di certo, fu un’occasione mancata. Dopo qualche passo falso Marvin Gaye si perse nei meandri dell’alcool e della cocaina fino alla sua tragica morte, mentre Miles Davis più avanti avrebbe fatto di tutto e di più ma forse come dice qualcuno: fu solo un mancato accordo far le case discografiche per questioni di royalties.

Al netto di ogni rimpianto, tutto ha un inizio ed una fine nella storia di questa anima inquieta. Fu davvero un pesce d’aprile, o un gioco del destino: essere uccisi per mano del padre, di colui che ti ha generato. Il padre di Marvin Gaye era un religioso, decisamente bigotto, settario e dai principi morali vecchio stile, il quale non aveva mai approvato le scelte di vita ed artistiche del figlio: troppo bello, troppo divo, troppo bravo, troppo spendaccione e guascone con le donne. Quel 1° aprile del 1984, come abbiamo visto in molti film americani, dopo un diverbio, erano frequenti in casa, il reverendo afferrò un revolver ed uccise non solo suo figlio, ma spense per sempre quello che era un patrimonio artistico dell’umanità, una delle ugole più belle che il padreterno avesse mai mandato in terra a miracolo mostrare.

Infatti, un artista della caratura di Marvin Gaye, non dovrebbe, né deve essere confinato all’interno degli angusti confini di un singolo genere musicale. Egli appartiene a quella ristretta cerchia di grandi per definizione, al di sopra dei tempi effimeri e della caducità delle mode, ma in un dato momento della storia, tra il ’75 ed il ’77, alcune delle sue canzoni finirono in pasto ai forsennati frequentatori delle discoteche dell’epoca. Basti citare, l’ineguagliabile «Got To Give It Up», un distillato di sensualità e ritmo, una sorta di premonizione per i profeti dell’house ante-litteram. Marvin Gaye resta una delle voci più belle del rhythm & blues americano, con uno stile avant-gard che anticipava di molto quelle che sarebbero state le tendenze a venire. Il Nostro raggiunge una popolarità vastissima all’epoca del soul (fine anni ‘60), mantenendo poi un alto livello qualitativo nelle sue (non troppo frequenti) registrazioni degli anni ‘70, grazie al quale la sua figura è oggi circondata da un profondo rispetto. Lo si è sempre apprezzato soprattutto come intenso interprete, ma non va trascurata la bontà di alcune sue composizioni, particolarmente di quelle raccolte nel suo album più significativo, «What’s Going On».

«What’s Going On» di Marvin Gaye è uno dei 100 dischi più importanti della storia della musica contemporanea. Non dovrebbe mancare nella personale discoteca di un qualsivoglia musicofilo. Siamo nel 1971, e Marvin Gaye, sostenuto da Harvey Fouqua e Johnny Bristol, riesce finalmente a sfuggire alle grinfie impositive del cognato-padre padrone Berry Gordy Jr. Il disco esce su Tamla-Motown ed è subito un trionfo a livello planetario. Marvin definisce le linee estetiche e compositive del suo stile. Finalmente la Motown può competere con i grandi del pop-rock: non è più solo forma, ma anche contenuto, non c’è solo corpo, ma anche anima. L’album contiene almeno tre piccoli capolavori: la title-track, «Mercy Mercy Me» ed «Inner City Blues», ma tutto il resto non è da meno. Siamo di fronte al primo vero album concept della Motown, la Hitsville di Detroit, la fucina dei successi a presa rapida, The Sound Of Young America, ma Marvin Gaye è di più: il pugno del ritmo in un guanto di velluto.

Marvin Pentz Gay jr. (la «e» verrà aggiunta dopo i primi successi) nasce il 2 aprile 1939 a Washington, cresciuto alla scuola del gospel, si segnala dapprima come componente di gruppi vocali (i Rainbows e i Moonglows), per conoscere quindi nel 1962, dopo essere entrato nella neonata Tamla-Motown di Berry Gordy jr. a Detroit, il primo successo personale, con «Stubborn Kind of FeIlow». Per tutti gli anni ‘60 realizza un gran numero di Hits, passando gradualmente dal pubblico dell’R&B a quello più vasto della soul-pop-dance. Alcuni di essi (in particolare la sua versione di «I Heard It through the Grapevine») sono considerati ormai dei classici del soul; da segnalare anche numerosi dischi realizzati in coppia con voci femminili come Mary Wells, Diana Ross ed altre.

Come già detto, nel 1971 «What’s Going On», un risentito affresco delle storture della società consumistica, si presenta come il suo lavoro maggiormente ambizioso e meglio riuscito, grazie alla finezza degli arrangiamenti e alla pregnanza dei testi. Il successivo «Let’s Get It On», giudicato uno dei capolavori della black music moderna, malgrado la sua carica di sensualità, risulta una sorta di compromesso con le esigenze di un pubblico in cerca di evasione, mentre il successivo «Let’s Get It On» è il sedicesimo album di Marvin, uscito nel 1973. Gaye si era affrancato dallo stile Motown, ruffiano e saltellante, non più sospinto con le batterie al piccolo trotto, ma seduce con le sue spire musicali intessute di velluto mille righe, la sua voce è la massimo. Via giacca e cravatta, appariva pronto ad ostentare un aspetto da santone: la critica, lo aveva oramai consacrato come uno dei vettori penetranti del soul impegnato. Disco straordinario, dove melodia e ritmo coabitano in perfetta simbiosi. La rivista Rolling Stone l’ha inserito al centosessantacinquesimo posto nella sua lista dei cinquecento migliori album. Il follow-up, «I Want You», sia pure con meno convinzione, ne ricalcherà il format e l’impianto ritmico, quindi a seguire un ennesimo periodo di smarrimento tra alcol, sesso sfrenato e sostanze stupefacenti.

In una delle migliori biografie, Marvin Gaye viene descritto come «un’anima divisa», definizione che meglio descrive il dualismo del carattere di un artista sempre fra demonio e santità, genio e sregolatezza, citazioni filosofiche, rimandi biblici e riferimento al sesso senza regole. Le donne furono il cardine della sua vita, non solo artistica, a cominciare dalla madre, presenza costante, le sue innumerevoli amanti e le prostitute che frequentava fra alcool e droga, soprattutto il tormentato soul-singer a questo punto della sua vita è diviso fra due donne. Esce «Here, My Dear» che racconta del fallimento del suo primo matrimonio con Anna Gordy, sorella del Boss Berry, padre-padrone della Motown. Si tratta del il suo quindicesimo album in studio, pubblicato il 15 dicembre 1978, sull’etichetta affiliata alla Motown, la Tamla Records, gestita proprio dall’ex-moglie Anna Gordy.

Le sessioni di registrazione dell’album vennero effettuate tra il 1977 e il 1978 negli studi personali di Gaye, Marvin Gaye Studios a Los Angeles, in California. I suoni sono più belli, lineari e moderni e sono completamente affrancati dagli arrangiamenti tipici della Motown, a volte troppo ridondanti. L’album – come già detto – venne dedicato al fallimento del suo primo matrimonio, e le tematiche sociali furono accantonate, un disco intimo ed intimista nei testi, splendido nella forma. La voce di Marvin, con i suoi tipici raddoppi in falsetto è superba. Inizialmente fu un fallimento commerciale, la stampa specializzata non accolse bene, soprattutto non digerì la componente lirica: testi troppo personali. Al contrario venne successivamente acclamato dalla critica musicale come uno dei migliori album di Gaye, soprattutto negli anni successivi alla morte. «Mi ci è voluto un parecchio», ammise negli anni seguenti la stessa Anna Gordy, la quale al principio aveva denunciato l’ex-marito – «ma ho imparato ad apprezzare ogni forma della musica di Marvin». Peccato che sia avvenuto post mortem ed in maniera interessata, forse, perché la gestione dei diritti venne affidata al figlio Marvin III, nato dalla sua unione con Marvin Gaye. L’altra moglie Janis e i due figli di secondo letto rimasero all’asciutto.

Durante la sua decennale carriera discografica Marvin collezionò un numero impressionante di successi ed un Grammy come migliore interpretazione vocale R&B per «Sexual Healing» (1982). Sul versante privato, Gaye ebbe una vita piuttosto burrascosa: matrimoni falliti, crisi economiche, abuso di stupefacenti, tentativi di suicidio. Nel 1984 si trasferì nell’abitazione dei genitori. Il 1° aprile dello stesso anno, durante l’ennesimo litigio -come già raccontato – venne freddato al colpi di pistola dal padre, un integerrimo predicatore appartenete ad una setta fondamentalista. Si consumò così un’altra incredibile storia, una sorta di maledizione che, di tanto in tanto, si abbatte sui grandi della musica. Anche nel caso di Marvin Gaye, pare che il binomio «genio e sregolatezza» non possa essere scisso. E pensare che nel 1974, il cantante aveva rifiutato d’interpretare, in un film biografico, il ruolo di Sam Cooke, anch’egli incredibilmente ucciso a colpi di pistola.