// di Francesco Cataldo Verrina //

Chick Corea – My Spanish Heart”, 1976

A volte è difficile trovare una collocazione precisa per talune opere dell’ingegno umano, ma possiamo farne una valutazione artistica, uscendo dal ristretto ambito dal jazz. Che “My Spanish Heart” di Cick Corea non sia un album jazz, è un dato di fatto, ma che sia un capolavoro possiamo non convenire tutti, forse, ma certamente in molti.

Probabilmente fu un tentativo assai riuscito di allargamento degli orizzonti creativi, che nel 1976 portò Corea, irrequieto e proteiforme pianista di talento, mai troppo ligio ai dettami e alla sintassi scolastica del jazz, ad osare verso un’altrove, un punto imprecisato, dove fosse possibile far confluire un sentimento ed un suono che lo avvicinassero al Sud del mondo e alle sue origini mediterranee. Si potrebbe parlare di un disco fusion, ma mi sembra limitante; così come cercare nell’intento del pianista un tentativo di praticare una “terza via”, risulta alquanto banale: ciò non avviene mescolando automaticamente elementi jazz, etno, rock, folk e classicheggianti.

Sarà stato un vantaggio genetico, quello di Chick Corea nel percepire meglio ciò che l’universo spagnoleggiante, più affine alle sue origini mediterranee, potesse suggerire, ma “Olé” di John Coltrane e “Sketches Of Spain” di Miles Davis, si scontrano con l’imponenza di “My Spanish Heart”. Chick Corea scelse l’ambientazione tipica di quello che viene definito “jazz elettrico”, ma fu solo un tentativo di affrontare la componente latina del suo patrimonio musicale e personale. “My Spanish Heart” si caratterizza come un’esplorazione a grandezza naturale, eppure completamente moderna nel linguaggio sonoro dell’epoca, facendo largo uso di tecnologia, di sintetizzatori, di una sezione d’archi, di cori a due voci, la sua e quella di Gayle Moran, di un percussionista, Don Alias, di un batterista, Steve Gadd, di una sezione di ottoni, dell’intervento di Jean Luc Ponty in “Armando’s Rumba” e del contributo del bassista Stanley Clark, Corea riuscì a creare un complesso arazzo di suoni ricco di suggestioni e persino due suite: “Spanish Fantasy” e “El Bozo”.

Molte note di merito vanno al quartetto d’archi, il quale esegue, con graziosa verve, intricate ed elegantissime partiture su “Day Danse” e sulle suite, agevolando il pianismo contrappuntistico di Corea che crea un netto ma efficace contrasto rispetto ai tempi mutevoli, i salti intervallari e gli equilibri timbrici che si sviluppano. Gli unici pezzi a struttura fusion, fatti di nodose modulazioni stop-and-start, arricchite da arpeggi più aggressivi ed eccessivi nell’uso della tecnologia, sono “Love Castles”, “The Gardens” e “Night Streets”, che sperimentano una dinamica di doppia fusione semantica tra jazz e rock e tra jazz e musica latina. La ricerca e la creatività musicale di Chick Corea in quegli anni sarebbe stata comunque all’altezza di qualsiasi compito o progetto che egli avesse scelto di perseguire. “My Spanish Heart” è il frutto maturo di un artista al top della sua capacità compositiva e intellettuale; non è solo cuore, ma anche anima e cervello; resta il dubbio che sia un album jazz. Ai posteri l’ardua sentenza.

Un pensiero su “CHICK COREA, DINAMICA A DOPPIA FUSIONE SEMANTICA.”

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