// di Guido Michelone //

Ci sono due frasi in questo romanzo, uscito nel 1933, che tutti, jazzologi, jazzomani, jazzofili, dovrebbero annotarsi: all’inizio del libro (pagina 54) uno dei protagonisti esclama: “Trovo semplicemente che al giorno d’oggi tutto è jazz, ciò che si sente ciò che si vede. A questo ritmo si fanno manifestazioni, a questo ritmo si dipinge… e pure tu ci cammini!” E verso la fine (pagina 184) uno dei due attori dice: “Sta vedere che il jazz a qualcosa è servito!”, l’altro prontamente risponde: “Chiedo scusa, il jazz è servito a diverse cose!”. Ma cos’è Tutto è jazz della sfortunata Lili Grün, nata Vienna nel 1904 e nel 1942 deportata e giustiziata sommariamente in Bielorussia dai nazisti in quanto ebrea?

Si tratta di una love story, incorniciata da mille altri sentimenti, nella Berlino avanguardista della Repubblica di Weimar (poco prima dell’avvento di Hitler), dove un po’ autobiograficamente l’autrice – impegnata anche nella prosa e nel cabaret, alla quale si devono altri due romanzi – mette in scena, o meglio per iscritto, i tormenti di Elli, graziosa ventunenne di belle speranze, la quale cerca di farsi strada nel teatro e nel cinema, in una metropoli abitata anche da 3000 attori, registi, scenografi disoccupati, pur restando il centro mondiale di ogni manifestazione artistica, legata soprattutto ad espressionismo, bauhaus e nuova oggettività.

Grazie a colleghi amici, non è un problema per Elli partecipare all’avventura del Jazzkabarett, uno spettacolo di varietà che, nonostante i positivi giudizi di giornalisti e intellettuali (e di un iniziale numeroso pubblico) è destinato a fallire, così come il fidanzamento di lei con uno studentino universitario, tanto bello quanto squattrinato, tanto bravo a letto quanto indifferente alle passioni artistico-culturali. In questa sorta di Bohème tedesca la Grün sottolinea le difficoltà quotidiane di ciascun personaggio, ma come soprattutto, a livello psicologico, le frustrazioni della ragazza come aspirante diva, in un clima talvolta festoso (i Golden Twenties germanici), che di li a poco verrà spazzato via dalle SA (poi SS).

Di jazz vero e proprio, a livello musicale, non vi è traccia, così come accade per esempio nel romanzo Jazz (1992) dell’americana Toni Morrison: tuttavia per entrambi si può parlare di spirito jazz che pervade tanto la forma della prosa (benché i paragoni tra note parole restino oggettivamente impraticabili) quanto un segno dei tempi, grazie a una capitale europea in grado, assieme a Parigi e poche altre, di accogliere, mediante i dischi e le orchestrine di passaggio, il jazz che fa sognare, ballare, comunicare idee futuristiche di follia, sesso, libertà, modernismo, utopia.